Inserito il 28 agosto 2009 alle 17:02:00 da sauro. IT - Decrescita

di Maurizio Pallante
Decrescere per superare la recessione e la crisi climatica. Proposta per la formazione di un nuovo soggetto politico
(21 agosto 2009)
1. Nell’attuale fase storica, in cui la variante liberal/liberista dell’ideologia della crescita, dopo aver sconfitto le varianti socialdemocratiche e socialiste, ha raggiunto il suo apice arrivando ad esercitare un’egemonia assoluta su tutti i popoli della terra e su tutte le correnti politiche, la crescita della produzione di merci è rimasta inceppata dalla sua stessa affermazione, che ha determinato:
- un eccesso di offerta sulla domanda, da cui è stata causata una crisi di sovrapproduzione e un aumento della disoccupazione;
- un eccesso di consumo di risorse, sia non rinnovabili (in particolare, ma non solo, le fonti energetiche fossili), sia rinnovabili (ma in quantità e con tempi di riproduzione che non riescono a sostenere i tempi sempre più rapidi e le quantità sempre maggiori con cui vengono consumate per sostenere la crescita), da cui derivano scarsità e aumenti dei prezzi;
- un eccesso di immissioni di scarti delle attività antropiche nelle acque, nell’aria e nei suoli, sotto forma di rifiuti solidi urbani, industriali e agricoli, di sostanze inquinanti, di anidride carbonica in atmosfera, da cui sono derivati problemi ambientali sempre più gravi e diffusi ed è stata innescata una mutazione climatica.
2. La combinazione degli effetti a livello economico e a livello ambientale configurano la crisi in corso come la più grave attraversata dall’economia capitalista. A ciò si aggiunga che in conseguenza di un altro fenomeno inerente alla crescita, la globalizzazione dei mercati, la recessione si è estesa pressoché contestualmente a tutti i paesi del mondo, mentre il cambiamento climatico per la sua stessa natura coinvolge l’ecosistema terrestre nel suo insieme. Ne consegue che il paragone con la crisi del 1929 non regge per difetto e non per eccesso, sia in termini di gravità, sia in termini di diffusione.
3. A rigor di logica, se l’offerta eccede la domanda, ovvero se si produce più del necessario, basta diminuire l’offerta fino a raggiungere un punto di equilibrio. Nell’ideologia della crescita, che sfugge alla logica, per raggiungere il punto di equilibrio occorre invece potenziare la domanda, o aumentando la spesa pubblica in deficit (grandi opere), o sostenendo la domanda privata con sussidi di denaro pubblico, o riducendo la tassazione, o abbassando il costo del denaro per favorire gli investimenti in macchinari industriali più performanti, che consentono accrescere la produttività, ovvero di produrre di più con meno addetti: il mantra della competitività. Ma se aumenta la produzione e diminuisce l’occupazione non si ripropone in misura più ampia l’eccesso di offerta sulla domanda?
4. L’ideologia della crescita è stata sostenuta negli scorsi decenni dalla diffusione e dagli aumenti dei redditi monetari pro-capite conseguenti alla crescita produttiva di alcuni settori industriali, in particolare l’edilizia (quand le bâtiment va, tout va), l’automobile e gli elettrodomestici1. È umano, ma non sempre saggio, adagiarsi nella convinzione che se qualcosa ha funzionato in passato debba funzionare di per sé. Così le strategie approntate per superare la crisi di sovrapproduzione offrendo sostegni alla domanda si sono incentrate sull’edilizia, l’automobile e gli elettrodomestici. Anche perché in questi settori si sono verificati i maggiori eccessi di offerta e, quindi, le difficoltà maggiori. Non a caso la causa scatenante della crisi è stata innescata negli Stati Uniti dal sostegno alla domanda nell’edilizia mediante la facile concessione di mutui per l’acquisto di case a clienti catalogati dalle banche nella categoria dei subprime, i meno affidabili, che altrimenti non avrebbero potuto comprale. Non a caso nel settore automobilistico l’eccesso della produzione a livello mondiale è circa un terzo del totale: 34 milioni di autovetture all’anno su 94 milioni.
5. Le strategie di superamento della crisi mediante il sostegno della domanda per rimettere in moto il meccanismo inceppato della crescita accomunano le forze politiche di destra e di sinistra in tutti i paesi del mondo.
6. Per la destra ciò comporta il temporaneo accantonamento della pietra angolare su cui si fonda il suo sistema teorico: la capacità del mercato di trovare di volta in volta il miglior punto di equilibrio nell’allocazione delle risorse purché non vi siano intromissioni nell’economia da parte dello Stato. I governi di destra sono stati i più solleciti nell’intervenire a sostegno dei comparti produttivi, delle aziende e delle banche in maggiori difficoltà, fino a vere e proprie forme di nazionalizzazione, sebbene temperate dalla dichiarazione della loro temporaneità. L’obbiettivo di sostenere la domanda allo scopo di rilanciare il ciclo economico, per tornare il prima possibile a fare come si è sempre fatto, ha assunto la priorità assoluta, tant’è che alcuni hanno visto nelle politiche economiche della destra la più fedele applicazione del keynesismo.
7. Per la sinistra la necessità di incrementare la domanda è stata vista come la migliore opportunità per introdurre due tipi di cambiamento: una riduzione dell’impatto ambientale e una maggiore equità nella distribuzione del reddito monetario. La prima opzione è quella della cosiddetta green economy, ovvero il sostegno alla domanda di nuove tecnologie che riducono le emissioni climalteranti, l’inquinamento, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti: la sostituzione delle fonti fossili con un mix composto da fonti rinnovabili, biocarburanti, nucleare, risparmio energetico, confinamento della CO2, riduzione dei rifiuti e recupero delle materie prime che contengono (comprese le potenzialità energetiche). Un pout pourri di proposte molto diverse tra loro e cucinato in dosi diverse dai diversi promotori, unificato dalla finalità di implementare e diversificare l’offerta di merci per creare occupazione riducendo i fattori più gravi della crisi ambientale. A parte le difficoltà di considerare positivi sugli ambienti e sulla qualità della vita gli effetti del nucleare, dei biocarburanti e della combustione dei rifiuti, se lo sviluppo delle tecnologie meno impattanti e dissipative viene finalizzato alla crescita del PIL, ovvero, se la diminuzione percentuale del consumo di risorse e della produzione di rifiuti per unità di prodotto viene finalizzata all’aumento delle quantità prodotte, si fa una fatica di Sisifo, rallentando soltanto l’avvicinamento al punto di rottura con la capacità del pianeta di fornire le risorse necessarie alle attività produttive e a metabolizzarne gli scarti. Per quanto lo si voglia connotare qualitativamente, lo sviluppo non può essere sostenibile.
La seconda strada indicata da alcuni intellettuali di sinistra per ampliare la domanda è una più equa ripartizione del reddito monetario tra le classi sociali. L’eccessivo divario di reddito tra i troppo ricchi e i troppo poveri, l’aumento della concentrazione della ricchezza monetaria in sempre più ristretti gruppi di iper-privilegiati e la conseguente riduzione di ciò che resta nelle mani di sempre più ampi settori della società, non solo i meno abbienti ma anche i ceti intermedi, contribuisce in maniera decisiva alla diminuzione della domanda perché riduce il potere d’acquisto di strati crescenti della popolazione, mentre la capacità di spesa dei ricchissimi, per quanto esagerata possa essere, intacca quote sempre minori del loro reddito. La rivendicazione di una maggiore giustizia sociale diventa quindi uno strumento decisivo per far crescere la domanda, superare la crisi e rilanciare l’occupazione.
8. Al di là delle differenti visioni strategiche, in tutti i paesi le misure finalizzate a superare la fase acuta della crisi mediante il sostegno alla domanda sono state concentrate nei settori produttivi in cui più marcato è stato l’eccesso di offerta: l’edilizia e l’automobile. In Italia si sono concretizzate:
- con i sussidi alle rottamazioni delle automobili, estesi anche agli elettrodomestici e ai mobili;
- con la concessione, in deroga ai vincoli amministrativi esistenti, della possibilità di ampliare fino al 20 per cento la cubatura delle abitazioni esistenti e in misura ancora maggiore in caso di abbattimento e ricostruzione (la proposta governativa è stata per ora bloccata dall’opposizione degli enti locali).
9. Queste misure:
- non consentono di risolvere la crisi economica, perché i mercati dell’automobile e dell’edilizia sono saturi;
- aggravano la crisi ambientale e climatica, perché questi settori industriali producono gli oggetti più energivori in assoluto.
10. In Italia negli anni sessanta del secolo scorso le automobili circolanti erano 1 milione e 800 mila. Nel 2008 sono state 35 milioni. Se nei decenni passati il settore aveva grandi possibilità di espansione, oggi non ne ha più. Inoltre il sistema dell’autotrasporto (autovetture e camion) assorbe in Italia circa un terzo di tutte le importazioni di fonti fossili. Contribuisce dunque per un terzo alle emissioni di CO2, che sono la causa principale dell’innalzamento della temperatura terrestre.
11. In Italia negli anni sessanta del secolo scorso il settore dell’edilizia presentava grandi possibilità di espansione, sia perché era necessario completare l’opera della ricostruzione post-bellica, sia perché erano in corso movimenti migratori di carattere biblico dalle campagne alle città, dal sud al nord, dal nord-est al nord-ovest. Nel quindicennio intercorrente tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005 sono stati edificati 3 milioni di ettari di terreno: una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo. Contestualmente il numero degli edifici inutilizzati è cresciuto. A Roma ci sono 245.000 abitazioni vuote su 1.715.000. Una su sette. A Milano 80.000 appartamenti su 1.640.000 e 900.000 metri cubi di uffici: l’equivalente di 30 grattacieli Pirelli. Situazioni analoghe si verificano in tutte le città di tutte le dimensioni. I terreni agricoli adiacenti alle aree urbane sono punteggiati di capannoni industriali in cui non si è mai svolta la minima attività produttiva. Il mercato dell’edilizia è saturo e i consumi energetici degli edifici sono superiori a quelli delle automobili. Per il solo riscaldamento invernale, in cinque mesi bruciano tanta energia quanto tutto l’autotrasporto in un anno: circa un terzo dei consumi totali.
12. Non ci vuole una grande competenza in materia economica, basta semplicemente un po’ di buon senso per capire che per affrontare con probabilità di successo sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti ambientali-climatici della crisi in corso bisogna fare esattamente il contrario di quanto sta tentando di fare chi, in nome del rilancio della crescita economica, si propone di sostenere la domanda nei settori produttivi in cui più marcato è l’eccesso di offerta senza preoccuparsi se ciò incrementa i fattori di crisi ambientale-climatica. Occorre indirizzare il sistema economico-produttivo a sviluppare i settori che presentano ampi spazi di mercato e a parità di produzione riducono l’inquinamento, il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche. Poiché nei decenni passati, in conseguenza della sovrabbondanza di fonti fossili a prezzi irrisori l’unico obbiettivo che si è perseguito è stato la crescita della produzione di merci senza nessuna preoccupazione per le conseguenze ambientali, i settori che oggi presentano i più ampi spazi di mercato sono quelli che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse consentendo di diminuire l’inquinamento, le emissioni di CO2 e i rifiuti. Ma se cresce l’efficienza nell’uso delle risorse, diminuisce automaticamente il loro consumo e quindi, una volta che siano stati ammortizzati i costi d’investimento con i risparmi sui costi di gestione, si riduce il PIL. La decrescita, nell’accezione di riduzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni, ha le potenzialità per superare sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti energetici e climatici della crisi facendo fare un salto di qualità alla storia umana .
13. Mediamente in Italia per riscaldare gli edifici si consumano 200 chilowattora al metro quadrato all’anno. La normativa in vigore nella provincia di Bolzano e in altri paesi europei non consente di costruire nuovi edifici o di ristrutturare gli edifici esistenti se il loro consumo ne richiede più di 70, ma alle costruzioni più efficienti ne bastano 15. Le possibilità di riavviare il ciclo economico e di ampliare l’occupazione incentivando la ristrutturazione energetica degli edifici dissipativi costruiti negli ultimi sessant’anni sono molto maggiori di quelle offerte dall’estensione della cementificazione nelle aree agricole adiacenti alle aree urbane, dalla costruzione di grandi opere, di infrastrutture viarie, di porti e aeroporti, di edifici faraonici per usi episodici (olimpiadi, celebrazioni, centenari, expo ecc.). Inoltre, al contrario di quegli edifici, hanno un’utilità effettiva, riducono almeno dei due terzi le emissioni di CO2, ammortizzano i loro costi d’investimento con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere, richiedono lo sviluppo di nuove tecnologie finalizzate non ad aumentare la produttività, ma a ridurre l’impronta ecologica.
14. Nelle ultime settimane l’orgoglio nazionale italiano è stato ampiamente gratificato dalla scalata della Fiat alla Chrysler, vissuta come una sorta di vittoria ai campionati mondiali di calcio, e subito dopo è stato frustrato dal fallimento del tentativo di fare altrettanto con la Opel. Ma l’opinione pubblica non ha percepito il significato di queste operazioni, che consiste nel conseguimento della capacità produttiva minima (6 milioni di autovetture all’anno a fronte dei 2,1 milioni attualmente prodotte da Fiat e dei 4 che raggiunge insieme alla Chrysler) necessaria per continuare a operare in un mercato in forte ridimensionamento e destinato ad ampi processi di delocalizzazioni produttive nei paesi del mondo in cui la manodopera ha le minori pretese contrattuali e retributive. Le concentrazioni industriali in corso nel settore automobilistico avranno come conseguenza una drastica riduzione dell’occupazione in assoluto e con le percentuali maggiori a livello nazionale. Come si è potuto credere e far credere che queste operazioni potessero preludere a un rilancio dell’economia e dell’occupazione nel nostro paese, riesce difficile da spiegare.
15. Le attuali automobili trasformano in energia cinetica appena il 12 per cento dell’energia chimica contenuta nei carburanti. Il resto si trasforma in calore che si disperde nell’atmosfera e solo in minima parte viene recuperato in inverno per riscaldare i loro abitacoli. A questa inefficienza tecnica del mezzo si sommano modalità d’uso altrettanto inefficienti: ingombri crescenti, utilizzazione di un quarto della capacità di trasporto di persone, eccessi di potenza non utilizzabili per legge, occupazione di spazi pubblici per lo stazionamento fino alla loro saturazione.
Una politica economica finalizzata al superamento di queste arretratezze può favorire uno sviluppo produttivo e occupazionale del settore in misura molto più ampia di quanto non possa il sostegno alla accelerazione delle sostituzioni di automezzi che appartengono sostanzialmente alla stessa generazione tecnologica. L’imposizione di limiti alla circolazione commisurati all’efficienza energetica, la liberazione di ampi spazi urbani dalla circolazione automobilistica, l’incentivazione all’acquisto di autovetture con livelli di consumo molto inferiori agli attuali, il potenziamento e il miglioramento del comfort dei mezzi pubblici collettivi, l’introduzione massiva di automezzi pubblici a uso privato con pagamento a scalare da schede prepagate, aprirebbero gli orizzonti di una nuova stagione, di un vero e proprio nuovo inizio a un settore maturo incapace di uscire dai propri limiti.
16. La somma dei consumi energetici per il riscaldamento e dei consumi di energia elettrica degli edifici ammonta a circa la metà dei consumi energetici totali. Aggiungendo ad essi i consumi dell’autotrasporto i due settori insieme assorbono circa l’80 per cento di tutta l’energia utilizzata nel nostro paese. Almeno la metà è costituita da sprechi, inefficienze e usi impropri che possono essere eliminati con tecnologie più efficienti, i cui costi d’investimento si recuperano con i risparmi sui costi di gestione. In sostanza si può, e si deve, trasferire almeno il 40 per cento del denaro attualmente speso nelle importazioni di fonti fossili, al pagamento di salari e stipendi nei settori tecnologici che consentono di ridurle.
17. Se tutto il sistema produttivo venisse spostato dall’asse che lo indirizza alla crescita del PIL a un asse che lo indirizzi alla riduzione dell’inquinamento, dello spreco di fonti energetiche fossili e di materie prime, alla riduzione degli oggetti dismessi e al recupero delle materie prime secondarie contenute in essi, ne deriverebbe una riduzione della produzione e del consumo di merci che non soltanto non comportano miglioramenti nella qualità della vita e degli ambienti, ma le peggiorano. Si avrebbe cioè una riduzione guidata e selettiva del PIL, che aprirebbe ampie opportunità occupazionali, non altrimenti ottenibili, in attività connotate qualitativamente.
18. Per mettere in moto un processo di questo genere, finalizzato a rilanciare il ciclo economico e a creare occupazione con lo sviluppo delle tecnologie che riducono il consumo di energia, materie prime e rifiuti a parità di produzione, è decisivo il ruolo della politica, non solo a livello nazionale, ma anche a livello locale.
19. Gli strumenti decisivi per compiere questa inversione di tendenza sono nelle mani degli enti locali. Il blocco dell’espansione dei piani regolatori abbinato a un regolamento edilizio che non consenta di costruire o ristrutturare gli edifici esistenti se hanno un consumo energetico superiore a 70 chilowattora al metro quadrato all’anno indirizza l’edilizia alla ristrutturazione dell’esistente, vale a dire il patrimonio costruito negli ultimi sessant’anni. Un mercato enorme che può dare un contributo decisivo alla riduzione delle emissioni di CO2 e alla crescita dell’occupazione. Un progetto strategico che impone la riqualificazione professionale di tutti coloro che operano nel settore dell’edilizia. La spinta decisiva nell’orientare il settore in tal senso può essere data dagli enti locali in prima persona, ponendo al centro dei lavori pubblici l’obbiettivo di ristrutturare energeticamente gli edifici di loro proprietà, invece di devastare la bellezza residua del territorio con strade, autostrade, tangenziali, rotonde, grattacieli e alte velocità.
20. Una prospettiva molto interessante per la diversificazione produttiva nel settore automobilistico è la produzione di micro-cogeneratori alimentati da motori endotermici. Utilizzando la forza di un motore per azionare un alternatore e recuperando il calore del radiatore e dei gas di scarico per alimentare un impianto di riscaldamento, con lo stesso consumo energetico necessario a riscaldare un edificio, oltre a riscaldare l’edificio si riesce anche a produrre energia elettrica per una decina di edifici della stessa dimensione. Se questi piccoli impianti venissero collocati in sostituzione delle caldaie in edifici a bassissime dispersioni termiche, la potenza termica necessaria al loro riscaldamento si può ridurre fino a nove decimi (da 200 a 20 chilowattora al metro quadrato all’anno) e si potrebbero installare macchine tarate sul fabbisogno di energia elettrica senza riversare in rete eccessi di produzione. Anche in questo caso basterebbe che le Asl deliberassero di installare micro-cogeneratori negli ospedali e i comuni nelle piscine e negli impianti sportivi, per creare una domanda sufficiente a indurre le industrie automobilistiche a indirizzare parte della loro produzione in questo settore che ha margini di mercato amplissimi e riduce della metà i consumi di fonti fossili. È quindi in grado di creare occupazione e diminuire le emissioni di CO2, offrendo un contributo significativo al superamento della crisi economica e della crisi climatica.
21. Un altro settore decisivo in cui gli enti locali possono creare una domanda in grado di ridurre il consumo di risorse e l’impatto ambientale è la gestione razionale ed economica delle materie prime recuperabili dagli oggetti dismessi. Anziché investire enormi capitali nella costruzione e gestione degli inceneritori per distruggere materie prime riutilizzabili recuperando irrisorie quantità di energia termica a prezzo di un impatto devastante sulla salute umana e sugli ambienti, si può creare un’occupazione socialmente ed ecologicamente utile in attività di riduzione, riuso, riciclaggio raccolta differenziata spinta e controllata dei rifiuti fino alla loro eliminazione (opzione rifiuti zero). Queste attività pagano i loro costi con i risparmi sui costi di smaltimento, sanitari e ambientali. E ne avanzano ancora, come dimostrano esperienze pluriennali effettuate in alcuni Comuni.
22. In sostanza, la strada per uscire dalla crisi economica e climatica passa attraverso