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L'insalata della decrescita
Inserito il 10 agosto 2010 alle 17:28:00 da sauro. IT - Decrescita domestica

Quanto ci costa l'insalata sigillata nella plastica

Repubblica — 31 luglio 2010 di CARLO PETRINI

QUANDO gli italiani sentono la crisi, i dati statistici puntualmente ci dicono che il primo consumo a essere tagliato è il cibo: meno 3% di verdure, meno 1,5% d'olio, meno 10% di carne. Si sprecano cifre in negativo. Di primo acchito, accogliamo la notizia con preoccupazione e tristezza, ma il dato grossolano va esaminato in profondità, e criticamente. Bisognerebbe cioè chiedersi "come" sono abituati a spendere per il cibo gli italiani, e non soltanto "quanto". Esistono diversi modi di vivere bene, anche in tempi di crisi - molto al di sopra di una banale e sciapa esistenza da "consumatori" - risparmiando pure qualche soldo. È pur vero che, nonostante i prezzi dei prodotti agricoli italiani siano al livello più basso di sempre, riducendo i contadini a lavorare quasi tutti in perdita, al dettaglio i prezzi sembrano non scendere mai. È un po' come la benzina: sale quando sale il barile di petrolio, ma poi quando la materia prima costa meno, non ci sono ribassi. C'è di sicuro la necessità di prezzi più equi per tutti, ma

fermiamoci a riflettere sul perché intanto noi continuiamo imperterriti con opzioni d'acquisto non sostenibili, né per l'ambiente né per le tasche. Per esempio l'insalata di "quarta gamma", vale a dire quella già lavata, tagliata, confezionata in vaschette o bustine e pronta all'uso, costa sei-sette volte più di quella comprata fresca al mercato. Èun settore in crescita continua da almeno dieci anni, che genera margini di guadagno cospicui alle aziende produttrici. In Italia abbiamo raggiunto la posizione di secondi in Europa per le vendite di quarta gamma. Al supermercato queste insalate si trovano a partire da circa 7 euro al chilo, anche se non è poi così difficile salire di prezzo. Dipende se ci sono più tipologie d'insalata mescolate insieme, oppure dalla complessità delle vaschette per tenere separate le diverse componenti. Il packaging costa. Poi magari ci mettono delle varietà un po' più pregiate e il prezzo lievita, anche se poi in realtà il valore è opinabile, perché le insalate di quarta gamma sono tutte ottenute con varietà selezionate e coltivate appositamente per assecondare le procedure industriali necessarie. Insomma, anche se si tratta di radicchioè pur sempre un radicchio "da quarta gamma". Infine c'è la variante verdurine: ho visto in supermercato due insalate impacchettate, uguali in tutti gli ingredienti tranne che in una delle due c'erano carote tagliate a bastoncini. Bene, quest'ultima costava 25 centesimi in più per la bustina da 200 grammi. Al chilo fanno 1 Euro e 25 centesimi. Questo sarebbe il prezzo di una manciatina di carote, che neanche ne fa una intera, carote che ai contadini vengono pagate 9 centesimi al chilo? 7 Euro al chilo per un'insalata! E attenzione: la compriamo già pronta per risparmiare tempo, ma spesso finiamo con il lavarla lo stesso perché non ci fidiamo delle "atmosfere modificate" in cui si confeziona. Ma non c'è solo l'insalata: ho visto una confezione di pasta precotta con pomodoro basilicoe mozzarellaa quasi tre euro per un paio di porzioni. Andrà saltata in padella per circa 7 minuti. Se faccio il conto di due porzioni di pasta al pomodoro, basilico e mozzarella cucinata con gli ingredienti freschi spendo la metà, e a farla ci metto circa dieci minuti, il tempo di cottura della pasta mentre preparo il sugo. A parte il fatto che sfido chiunque a dirmi che quella precotta e surgelata è più buona di una preparata al momento, perché tanta gente fa queste scelte illogiche, nonostante la crisi? Ci lamentiamo che il cibo è caro ma una volta davanti al bancone del supermercato lasciamo da parte il ragionamento e paghiamo senza batter ciglio. Paghiamo, convinti che andare al mercato, dal fruttivendolo o dal contadino ci porti via troppo tempo, che lavare l'insalata ci porti via troppo tempo, che cucinare materie prime semplici ci porti via troppo tempo. Tempo prezioso, che siamo disposti rassegnatamente a pagare, e pure caro. Ma questi minuti, quest'oretta quotidiana risparmiata, valgono davvero i nostri soldi? Questo tempo libero quotidiano, come lo impieghiamo? In attività creative, relazioni interpersonali appaganti, arricchimento dei propri interessi culturali? Non credo. Mi sembra più diffusa l'abitudine a isolarsi davanti a uno schermo, televisivo o di computer, sprofondati nella nostra routinaria pigrizia mentale. Ad alcuni il tempo «liberato» serve addirittura a lavorare di più. Più soldi danno la possibilità di soddisfare bisogni fittizi, di comprare oggetti inutili, tra cui appunto il cibo preconfezionato. Mai come oggi forse l'umanità dell'Occidente ha avuto potenzialmente tanto tempo libero a disposizione, però questo viene vissuto come un contenitore da riempire, pianificando consumisticamente attività, incontri, acquisti, per ingannare il vuoto che ci fa paura. Ma torniamo alla statistica allarmata del calo dei consumi alimentari come segnale di peggioramento delle condizioni economiche. Uno dei dati più enfatizzati riguarda la carne. «Crollo dei consumi di carne»: lo si evidenzia come se fosse una cosa preoccupante, ma non è vero. Eh sì, perché di carne ne mangiamo troppa, secondo i nutrizionisti; e inoltre gli allevamenti intensivi hanno conseguenze ambientali spaventose. Per produrre un chilo di carne occorrono più di 15.000 litri d'acqua, a monte della filiera ci sono monocolture di cereali per la mangimistica insostenibili sia dal punto di vista energetico che ambientale; a valle deiezioni inquinanti per terreni e falde acquifere, nonché emissioni eccessive di gas metano e CO2, responsabili dei cambiamenti climatici. Se tutti al mondo mangiassero i circa 90 chili di carne pro capite che consuma in media un italiano il pianeta collasserebbe. Il fatto che si mangi meno carne dovrebbe essere considerato un dato positivo. In ogni momento di crisi, anche nei passaggi dolorosi, può esserci un'opportunità nuova. L'esempio più evidente è proprio quello della possibilità di cambiare i nostri consumi alimentari. Senza rinunciare al nostro fabbisogno energetico, e nemmeno alle gratificazioni che il cibo può darci, anzi guadagnandoci in salute. Privilegiare l'acquisto di materie prime semplici da cucinare, ci dà la possibilità di risparmiare assicurandoci una maggiore qualità e freschezza. Ricordiamoci che è proprio la freschezza dei cibi a garantire un apporto ottimale di nutrienti; è l'assenza o quasi di manipolazioni e aggiunte il modo più facile per riconoscere la bontà di un cibo. Cercare canali alternativi di approvvigionamento, direttamente dal produttore o nei mercati contadini, è un altro modo vantaggioso di cambiare abitudini. Infine c'è lo spreco. Non è il caso di dilungarsi troppo: quelle 4.000 tonnellate al giorno di cibo ancora edibile buttate nella spazzatura in Italia parlano da sole e gridano vendetta. Chissà quante insalate di quarta gamma, scadute sui banchi del supermercato oppure avvizzite nei nostri frigoriferi, concorrono a raggiungere quota 4.000 tonnellate. Insomma la crisi ci pone sicuramente davanti a grandi difficoltà, nel campo del lavoro, per la mancanza di risorse finanziarie, il taglio di servizi essenziali, le conseguenze sempre più pesanti del degrado ambientale. Dedichiamo a questi problemi le statistiche allarmanti. Per quanto riguarda il cibo, invece, cambiamo lo sguardo: quello che può sembrare una rinuncia, può essere invece un vantaggio. - CARLO PETRINI


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